Custodiamo con cura e amore la storia di Erio Rossi, fondatore della nostra azienda e ad oggi presidente onorario.

Un uomo che nella vita ha dovuto affrontare molte difficoltà, superare ostacoli e scommettere su un settore ancora sconosciuto nella zona. Di lui ammiriamo certamente il coraggio e la determinazione, che lo ha portato a dare forma alla RossiTre, rendendola un punto di riferimento per i trattamenti termici e superficiali di metalli e leghe.

Oggi abbiamo deciso di raccontare la storia di un uomo che da un’intuizione ha raggiunto, negli anni a seguire, traguardi importanti e grandi soddisfazioni. Lo facciamo però dal suo punto di vista, utilizzando le sue parole, perché, a nostro avviso, capaci di trasmettere valori ed emozioni.

Il lavoro alla SERM e la crisi finanziaria

Con mio fratello Mario, da 29 anni, lavoravamo assieme presso la nostra ditta, la SERM. Costruivamo e montavamo serramenti in acciaio e alluminio in diverse parti d’Italia ma avevamo richieste anche dall’estero.

Il mio compito in azienda era quello di gestire e programmare la produzione in officina, posare i serramenti nei cantieri. Mio fratello, invece, si occupava di contattare i clienti, formulava le offerte, gestiva l’amministrazione finanziaria e, quando io mi spostavo nei cantieri, teneva d’occhio la produzione.

Tuttavia, la situazione economica alla SERM non era delle migliori: alcuni clienti fallivano, altri non pagavano e, di questo passo, l’amministrazione non ne traeva alcun beneficio. Nel 1983 prendemmo una decisione: era arrivato il momento di scioglierci, dividemmo quindi in parti uguali capannone e macchinari.

Fino a compimento dei lavori acquisiti, portammo comunque avanti l’attività ma nel 1984 la nostra crisi finanziaria ci costrinse a vendere il capannone e il terreno. Grazie alla vendita, riuscimmo a pagare i debiti e a salvare, quantomeno, le nostre abitazioni. 

La mia casa, in particolare, aveva un enorme valore affettivo per me e mi aveva fatto comprendere qual era il vero significato del termine “sacrificio”. La sera finito di lavorare, nei weekend, con la neve o al chiaro di luna, feci io stesso gli scavi di fondazioni con pico e badile, spostando la terra con la carriola.

Imparai a fare cose che mai avrei pensato di poter fare, come ad esempio le scanalature per far passare i cavi della luce, l’impianto idraulico e di riscaldamento. Pensai io ad imbiancare i muri interni. Il tutto per poter risparmiare. Correva l’anno 1970.

Il 27 dicembre del 1984 una tragedia sfiorata: mio figlio Davide, al tempo apprendista alla SERM e in quel giorno situato a Milano presso uno dei nostri cantieri, cadde dal 6° piano. Miracolosamente si salvò e sono convinto che quel giorno da lassù la Madonna ci abbia protetti, assieme alla nostra piccola Barbara, il nostro angelo custode. 

L’intuizione e i primi approcci con la sabbiatura

Si fece il 1985 e io avevo all’epoca 46 anni. Non avevo un capannone, nemmeno un lavoro, ma avevo due figli giovani e uno più piccolo, il mutuo della casa da pagare. Di soldi ce n’erano pochi ma fortunatamente ero libero da debiti. Fu in quel momento che mi chiesi: “Adesso che cosa vuoi fare?”.

Appresi delle chiacchiere da osteria che riguardavano un imprenditore della zona, il quale chiedeva ai suoi dipendenti prossimi alla pensione se possedessero dei capannoni per l’allevamento di polli o maiali e se avessero il desiderio di mettersi in proprio per sabbiare gli spool, stampati in acciaio prodotti dalla sua azienda.

Così decisi di rivolgermi direttamente a lui che mi rispose: “Puoi occuparti della sabbiatura degli spool ma non posso garantirti sicurezza e certezza per il lavoro”.

Andai anche a chiedere ad un altro imprenditore, per farmi un’idea.

Lui mi disse: “Sei pazzo! La sabbiatura è una cosa non essenziale per le forge. Non potrai di certo mantenere con essa una famiglia!”. Lì per lì lo salutai ma dentro di me pensai: “Son mato: coi mati non se ragiona.”

Erano i primi di gennaio dell’85. Mi presi un paio di giorni per pensare. Al terzo presi la mia decisione: sarei diventato un sabbiatore. 

Quella sera andai a trovare Mino, un dipendente e impiegato di rilievo per un’azienda di zona. Mi accomodai a casa sua e, seduti a tavola, mi offrì un buon bicchiere di vino. Gli raccontai delle grandi difficoltà che stavo passando con la SERM, gli dissi che ero preoccupato e gli comunicai la mia scelta di diventare sabbiatore. 

La sua risposta fu immediata: “Ce la farete!”. 

Rincuorato, mi feci coraggio e, il giorno seguente, iniziai a spulciare l’elenco telefonico e mi soffermai sulla città di Milano, alla ricerca di nomi di ditte costruttrici di sabbiatrici. Ne trovai due.

Chiamai la prima ma il rappresentante, dopo avergli spiegato la mia situazione, pretese che gli venisse pagato anche il suo intervento in quanto mi trovava assurdo, incoerente e senza certezze. Mi arrabbiai con lui e lo vidi andarsene.

Contattai la seconda azienda e venne a trovarmi il titolare, un uomo gentile che ripose in me la sua fiducia. Lo portai così a vedere dove avevo intenzione di posizionare la sabbiatrice, mostrandogli un piccolo capannone di allevamento maiali. Restò ammutolito, si guardò intorno e prese le misure a passi: 9 in larghezza e 12 in lunghezza. Ci occupammo anche di misurare l’altezza dal pavimento alle catene: era di 2.5 m. 

Mi guardò e mi disse che la settimana dopo mi avrebbe mandato via posta un disegno che rappresentava il giusto posizionamento della sabbiatrice, il suo prezzo e il metodo di pagamento. 

Sulla via del ritorno, gli chiesi di rimanere per un caffé fatto da MariaRosa e gli porsi un sacchetto di noci raccolte dalle piante del palazzo. Ci salutammo. Come da accordi, mi arrivò il disegno, con allegata l’offerta e la conferma d’ordine che mi occupai di firmare e spedire. Era l’inizio di un nuovo capitolo.

Nasce così la RossiTre

Per l’arrivo della sabbiatrice, dovetti apportare delle modifiche al piccolo capannone. Si decise per la scelta più conveniente: abbassare e sotto-murare il pavimento anziché alzare il tetto della struttura. 

In quel periodo lavoravo con mio fratello Mario, per portare a termine i lavori acquisiti e rispettare gli impegni presi. La sera, il sabato e la domenica mi dedicavo assieme al mio compare Antonio alla sistemazione del capannone. 

Nel marzo del 1985 accadde un fatto spiacevole: la grande nevicata di quell’anno fece crollare il mio pezzo di capannone della SERM e l’acquirente ci tolse dall’importo pattuito della vendita 17 milioni di lire. Questa vicenda ci costrinse a vendere la casa dei nostri genitori per saldare i debiti.

Finalmente, il 18 aprile del 1985 arrivò la tanto attesa sabbiatrice e sei giorni dopo sabbiammo il nostro primo pezzo: uno spool. 

Il mio rapporto con Mino si rafforzò e riconosco ad oggi l’importanza del suo interesse verso la mia neo-attività soprattutto nei primi anni. Grazie a lui, ci arrivarono molti pezzi da molare, sabbiare, punzonare a mano.

Da quel momento in poi nacque la RossiTre, con mio figlio Simone, al tempo quindicenne, e Davide (all’epoca dipendente altrove) che tutti i pomeriggi veniva a darci una mano, imparando a gestire la contabilità, fare offerte e a cercare clienti a cui proporci come sabbiatori, verniciatori e sbavatori. Fondamentale anche la presenza di MariaRosa che inizialmente ci aiutava sbavando piccoli pezzi di ghisa.

Con tanto impegno e volontà non ci siamo mai fermati, crescendo e migliorando. Dopo 30 anni eccoci qui!

Una curiosità. Quando mi chiedono perché al tempo ho deciso di chiamare l’azienda RossiTre do sempre queste quattro motivazioni:

1) Rossi è, di fatto, il mio cognome.

2) Il tre è il numero perfetto.

3) Il tre rappresenta la Santa Trinità.

4) Il tre è il numero dei miei figli, tre sono anche i giorni in cui ho deciso di diventare sabbiatore. 

Mi guardo alle spalle e penso che questa è stata veramente un’avventura, dove ho dimostrato di avere coraggio, di essere stato assistito anche dalla fortuna e di essere stato sempre protetto da lassù.